martedì 6 marzo 2018

Inchieste Dal Belpaese / 1

In collaborazione con Centro Ricerca A. Galmozzi di Crema
si apre l'omaggio al documentarismo italiano di indagine sociale e storica


Matti da slegare

Ci fu un tempo, non troppo lontano, nel quale il progresso del Pensiero umanistico e sociologico in Italia rivelò una delle più ingiuste lacune del Diritto. Quel tempo sono stati gli anni '70 del Novecento; quella stortura, la regolamentazione manicomiale dei cosiddetti pazienti psicopatologici. Ben prima della promulgazione della fondamentale Legge Basaglia (n.180/13-05-1978) il dibattito su tale argomento era già acceso e fervido e si cercava con alcuni protocolli sperimentali (quali ad esempio nel parmense) di verificare gli effetti della 'liberazione' tra la gente degli internati. Gli uomini di cinema ed intellettuali anticonformisti Silvano Agosti, Marco Bellocchio, Sandro Petraglia e Stefano Rulli si costituirono troupe d'intervista per conto dei fautori di tali innovazioni e raccolsero testimonianze direttamente dai protagonisti sotto osservazione e loro famigliari e conoscenti. Ne uscì il più lucido, meraviglioso, sentito e, non retoricamente, commovente pezzo audiovisivo mai realizzato: un film-documento italiano miliare.


Matti da slegare di Marco Bellocchio, Silvano Agosti et Al., Italia, 1975, b/n, 102min

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COMMENTO (a cura di Moreno Comotti)

Militanza, denuncia, verità. Questi i paradigmi che, teoreticamente parlando, fanno di “Matti da slegare” una delle opere maestre nell'ultimo mezzo secolo di produzione audiovisiva in Italia. Militanti, i suoi autori in quanto proclivi ad impegnarsi nella osservazione e comprensione di un problema, a sollecitare per primi la propria sensibilità su di esso e a schierarsi attivamente a favore della sua esposizione. Denuncia, l'ingrediente senza il quale nessuna opera d'ingegno può forse esattamente definirsi anche d'arte. 'Verità': non tanto nel senso base di corrispondenza al reale, ma come derivato dal concetto del poliedrico filosofo contemporaneo Edgar Morin del «cinéma vérité», secondo il quale l'espressione filmica raggiunge l'autenticità totale quando l'opposizione tra il romanzesco ed il documentarismo puri viene superata, quando l'opera esprime al contempo l'oggettività della registrazione documentale e la soggettività di un'evocazione sentimentale e passionale.

Il film fu commissionato dall’Assessorato Provinciale della Sanità di Parma e dalla Regione Emilia-Romagna per spalancare definitivamente il dibattito sull'iniquità, la misconcezione ed il non funzionamento palesi del sistema manicomiale. Un dibattito che si alimentava già da almeno quindici anni prima che la rivoluzionaria Legge Basaglia ("Accertamenti e trattamenti sanitari volontari e obbligatori", n.180 del 13 Maggio 1978) venisse approvata, stanti: il regime di fatto detentivo (e anti igienico oltre ogni immaginazione, atroce, letteralmente coercitivo, violento) del ricoverato; la assenza di garanzie in fatto di sistema di diagnosi e azioni terapeutiche e prognosi e possibilità di dimissione; gli aspetti di indebito sfruttamento lavorativo degli internati da parte dei dirigenti delle strutture; la indolente e indifferente continuità in pratica esistente tra orfanotrofi e manicomi.
Un mondo di incubo e miseria che Franco Basaglia (1924 – 1980, medico neuro-psichiatra e direttore ospedaliero d'avanguardia a Gorizia, a Colorno e a Trieste) e le forze della Sinistra vollero e riuscirono a scardinare sia in nome della Scienza Medica sia soprattutto dei Diritti umani. Per recuperare alla dignità e all'utilità sia la persona che la collettività. Perché si capisse (anche in Italia come laddove, ad esempio in California, le Scuole psicologiche e psicoterapeutiche erano più evolute) che il disturbo non appartiene solo al singolo, ma alla rete delle sue relazioni cioè famiglia, gruppi, la società tutta.

Girato alla fonte in 16 mm per una durata totale di 3 ore, inizialmente destinato a fruizioni didattiche negli ospedali, nelle scuole, cineclub, circoli, in TV e dal titolo originale “Nessuno o tutti” (citazione diretta di Bertolt Brecht), il documentario-intervista espresse delle qualità ed un'intensità tali da meritarsi sempre più apprezzamento e diffusione. In sala non fu mai licenziato, ma la sua presentazione conquistò passaggi in grandi festival europei (Berlino, Venezia e altri). Eseguendo tagli e 'gonfiandolo' a 35 mm nacquero poi le versioni, una di minuti 133 e una di 102, che oggi circolano. La bipartizione in tempi che si ritrova è il vestigio dei due 'film nel film' in principio organizzati: il primo intitolato “Tre storie” (con ritratti-casi individuali) e il secondo “Matti da slegare” (con situazioni più corali e relazionali).
Lo stile della pellicola rivela tutta l'essenza del praticare il «cinema verità», che è quella (altrove poi spiegata in generale anche dal critico Gianni Rondolino) di usare la macchina da presa come 'agente provocatore': come dichiarato stimolatore di reazioni e comportamenti, i quali si realizzano proprio sotto la sua azione. In questo modo la realtà e la sua 'verità' sono emanazione istantanea del Cinema, sono il frutto del suo intervento diretto.

Matti da slegare” è estremamente elementare e spoglio nella forma, ma oltremodo profondo, empatico, palpitante e toccante nella sostanza.
Il corpo autoriale dell'opera conta il bobbiese Marco Bellocchio (l'anticonformista e modernissimo acuto carpitore – sin dai primissimi esordi: vedere ad esempio il suo “I pugni in tasca” del 1965 – del disagio e risvolti più terribili associati) ed il bresciano Silvano Agosti (l'anima sperimentatrice e avversaria dei sistemi e delle strutture, sia in campo produttivo-artistico che generale, in nome di una libera indipendenza), più i due sceneggiatori romani Sandro Petraglia e Stefano Rulli (professionisti e creativi dall'avvenire prolificissimo e sorridente sia nella TV che nel Cinema, più volte ancora in coppia).