giovedì 5 ottobre 2017

Lunedì 9 Ottobre: Belli e dannati

Prosegue la rassegna
IL BELLO DEI NOVANTA


Belli e dannati

Per le strade dell'America (e non solo) vagabondano Mike e Scott. Il primo (River Phoenix) è un ragazzo sofferente di narcolessia che vive nel tormento di idilliaci ricordi d'infanzia e dell'ossessionante ricerca della madre. Il secondo (Keanu Reeves) è un rampollo di buona famiglia che si è calato nei bassifondi per scelta: in ribellione al padre, a tutto ciò che di ricco, potente e ipocrita quest'ultimo rappresenta. Insieme attraversano una travolgente odissea piena di avventure, degradazioni, bizzarrie e lezioni che fa comprendere all'uno di essere condannato senza uscita alla solitudine e all'altro che avere fortune di cui poter disporre non è, in fondo, affatto detestabile.

My Own Private Idaho è uno dei primi veri successi autoriali di Gus Van Sant. Con grande attenzione verso le psicologie dei personaggi (sempre una qualche sorta di reietti o di esclusi) e verso le contraddizioni della cultura e della società, il film spicca per la schiettezza e insieme il pudore con cui racconta ogni vizio dei 'ragazzi di vita' che abitano i marciapiedi del mondo e per il suo dare vita ad un'atmosfera sorprendentemente capace di ibridare echi della protesta dei lontani anni Settanta, residui della voglia di spensieratezza dell'ancora fresca stagione 'Eighties' e presagi dell'oscuro individuale nichilismo urbano dei neonati anni Novanta.
Da segnalare citazioni dall'Enrico IV di Shakespeare. Coppa Volpi veneziana a Phoenix per la migliore interpretazione.


con Keanu Reeves, River Phoenix, William Richert, Udo Kier
Belli e dannati (My Own Private Idaho) di Gus Van Sant, USA, 1991, colore, 100 min. ca

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PRESENTAZIONE (a cura di Moreno Comotti)

Per il proseguimento della rassegna IL BELLO DEI NOVANTA ecco imbatterci in ben due fascinosi volti in un sol colpo: Keanu Reeves e (il compianto) River Phoenix.
Il primo è l’attore dall’esotico taglio degli occhi che tutti conosciamo per “Matrix” e, prima ancora, anche per “Piccolo Buddha” di Bertolucci o per “Point Break” della Bigelow; l’altro è l’ultimo divo-maledetto che la storia del cinema ci abbia consegnato dopo James Dean, dalle capacità di bucare l’obiettivo già evidentissime sin da preadolescente, in grado poi di ottenere una nomination all’Oscar a 18 anni (sotto la direzione di Sidney Lumet: “Vivere in fuga”), di farsi arruolare nei cast da già una decina di registi di prim’ordine, eppure dai sentimenti e dalla personalità sempre squassati da un’inquietudine che lo ha fatto tuffare nel consumo di sostanze più smodato immaginabile causandone la morte nel 1993, a soli 23 anni.

“Belli e dannati” è il terzo lungometraggio dell’indipendente regista e sceneggiatore Gus Van Sant. Uscito nel 1991 (il titolo originale è “My Own Private Idaho”, cioè “Il mio piccolo Idaho” o meglio ancora “Il piccolo Idaho tutto mio”), ha due fonti di ispirazione per il soggetto: il testo di un’omonima canzone pop del gruppo B-52, ma soprattutto l’”Enrico IV” di William Shakespeare. Dal brano dei B-52 il film mutua il concetto della ristrettezza d’orizzonti che tende ad avere la gente qualunque, per la quale ogni cosa anche solo leggermente estranea dall’abitudinario del proprio ‘orticello’ risulta incomprensibile o addirittura pericolosa. Dal dramma shakespeariano, invece, “Belli e dannati” riprende in particolare il segmento in cui il figlio del monarca protagonista, sapendo assicurata la sua successione al trono, opta nel frattempo per una vita dissoluta e godereccia. Il giovane principe diviene qui Keanu Reeves; William Richert va invece a ricoprire il ruolo del ‘Falstaff’ interpretando un losco ma bonario ubriacone e pederasta capobanda di una corte di disperati e libertini. Grandissima parte dei dialoghi che i due nel film pronunciano hanno un gustosissimo tono aulico che è direttamente proveniente dal testo teatrale.

Gus Van Sant ci racconta fondamentalmente delle avventure di due giovani vagabondi disposti anche a degradarsi, a vendere il proprio corpo per mantenersi; l’uno irrimediabilmente in balìa del sogno di un amore materno perduto (Mike/Phoenix, personaggio che per di più risulta affetto da narcolessia – il disturbo per cui si cade addormentati nei momenti meno opportuni –: pieno quindi d’angoscia per il non poter mai essere padrone del proprio tempo e delle proprie azioni) e l’altro (Scott/Reeves) caratterizzato da un libero arbitrio estremo che gli consente di abbracciare o di rinnegare scelte e persone a seconda di ogni opportunità prevalente.

Il film si presenta come una particolarissima e inusuale combinazione di diversi stati d’animo e di soluzioni d’opera variegate. In maniera originale, quasi sperimentale vediamo stare a stretto contatto scene apertamente bizzarre, cariche della più ìlare atmosfera kitsch, e momenti di cristallino e malinconico lirismo, situazioni di alta scabrosità – tuttavia, sorprendetemente, mai volgari – con guizzi di spensierata azione ed avventura, struggimento pessimistico con un’ironia graziosa e sapiente. Sul lato tecnico-stilistico si individuano anche esercizi da videoarte (si vedano la scena delle copertine delle riviste che prendono vita o le rappresentazioni ‘immobili’ dei rapporti sessuali, alla tableau vivant) e addirittura inserti documentaristici puri (non tanto i fotogrammi con i salmoni d’acqua dolce dell’Idaho che risalgono la corrente o le panoramiche paesaggistiche, ma la sequenza in cui un vero ragazzo da marciapiede confessa alcune delle sue esperienze personali). Nel suo sentimento generale “Belli e dannati” pare far respirare, insieme, l’aria di protesta che aveva contrassegnato la Beat Generation e gli anni ‘70, i residui della voglia di spensieratezza dell’ancora fresca stagione Eighties ed i presagi dell’oscuro individuale nichilismo urbano dei neonati anni Novanta.

In relazione a quelli che si dimostrano i suoi temi centrali, “Belli e dannati” potrebbe essere ascritto alla corrente del New Queer Cinema (quella ispirata alla cultura gay, in difesa dell’orgoglio omosessuale), ma ridurre il film unicamente a questo sarebbe errato. Partendo infatti da un punto di vista che è molto sovrapponibile a quello pasoliniano (tra le altre cose, attento cioè al coglimento e all’adorazione dell'innocente primitività che sarebbe originariamente presente nel cuore dell’essere umano), Van Sant tenta un’elevazione della sua pellicola ad un livello di fruizione più universale per condividere una critica verso le costruzioni sociali e culturali che in ogni epoca si legano al cattivo progresso, e per comunicare che il condannare è sì una facoltà legittima, ma che il rifiutare l’atto della comprensione è tuttavia sempre sbagliato.

“My Own Private Idaho” partecipò alla 48^ Mostra d’Arte Cinematografica di Venezia fruttando a River Phoenix la Coppa Volpi come miglior attore. La sua parte dello smarrito senza prospettive altre dal restare in bilico tra interruzioni della veglia e bisogno d’amore puntualmente disatteso è tra le più memorabili della sua carriera interrotta.

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